Il Disturbo da Accumulo (DA) è un disturbo molto complesso e si manifesta con la difficoltà nel separarsi dagli oggetti personali, con la conseguenza che queste persone accumulano oggetti, anche senza valore o anche dannosi per la salute.

L’accumulo può dipendere dalla difficoltà di buttare ma anche dall’eccesso di acquisti.

In quest’ultimo caso, ad esempio, la persona acquista oggetti che potrebbero essere utili per fare dei regali salvo poi accumularli negli armadi ed in tutta casa.
In casi più gravi le case si presentano completamente sommerse da sacchi di oggetti vecchi, rotti, spazzatura, residui di cibo etc, i quali impediscono di vivere la casa normalmente.

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 Tradizionalmente veniva catalogato come Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC) della Personalità.

Nel 2013 viene riconosciuto al DA lo status di disturbo autonomo, individuato nel DSM-V come Hoarding Disorder, comunque correlato al DOC.

Nel DSM V esso viene identificato come la difficoltà a buttare determinate cose, indipendentemente dal loro valore, espressione di un bisogno intenso di salvarle e disagio all’idea di separarsene.

Gli oggetti possono essere di qualsiasi genere, da oggetti di valore alla spazzatura, agli animali.

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Vivere con una persona che accumula rappresenta sempre una grande fonte di stress.  

Il disordine, la mancanza di igiene, il bisogno di controllo su tutti gli spazi della casa genera continuamente attriti e tensioni.

L’aspetto di maggiore conflittualità è spesso legato alla perdita di superfici libere e funzionalità dovuto al continuo accumulo in quelle aree della casa in genere adibite alla vita comune (cucina, soggiorno, ecc.).

Altri aspetti di contrasto riguardano i problemi finanziari determinati dai sistematici acquisti o dalla mancata amministrazione finanziaria (ritardi nei pagamenti, multe, ecc.) che può determinare in alcuni casi anche situazioni di grave debito.

I familiari si sentono spesso privati delle risorse necessarie a soddisfare le  minime esigenze di benessere a fronte di spese gestite unilateralmente e percepite come inutili o evitabili.

Qual è la dimensione del fenomeno dell’accumulo compulsivo nel nostro paese?

Un nostro studio pubblicato su Behavioural and Cognitive Psychotherapy (Bulli et al., 2014) si è posto l’obiettivo di valutare la prevalenza del comportamento di accumulo in un campione non clinico di adulti. 1012 soggetti hanno partecipato allo studio compilando un questionario self-report validato in lingua italiana, il Saving Inventory-Revised (SI-R; Melli, Chiorri, Smurra & Frost, 2013).

Il risultato ci ha colto un po’ di sorpresa: ben il 6% del campione ha affermato di mettere in atto un insieme di comportamenti prerogativa di persone che soffrono di disturbo da accumulo o disposofobia.

L’analisi di variabili demografiche ha mostrato come non vi fossero differenze significative per sesso, età, stato civile, titolo di studio e occupazione.
Dal momento che, prima della pubblicazione del DSM-5 (APA, 2013), il disturbo da accumulo era classificato come sottogruppo del disturbo ossessivo-compulsivo (DOC), è stata esplorata la relazione del disturbo da accumulo con i sintomi ossessivi.

Il dato rilevante emerso è che il coefficiente di correlazione tra un questionario che misura la presenza di sintomi ossessivi e il questionario SI-R non era molto maggiore del grado di correlazione tra i sintomi da accumulo e misure di ansia e depressione.

Questo risultato è coerente con studi precedenti, condotti sia su popolazione clinica che non clinica, secondo i quali il comportamento da accumulo e i sintomi della disposofobia possono essere presenti trasversalmente in diverse manifestazioni cliniche di ordine psichiatrico, neurodegenerativo e in alcuni casi genetico, e quindi il disturbo da accumulo compulsivo non può essere meramente classificato come un sottotipo di DOC.

Disturbo da accumulo compulsivo e DOC: quali differenze?

Da un punto di vista fenomenologico, la paura di perdere qualcosa di importante per la persona, la paura di liberarsi di cose da cui si sente emotivamente legato o il timore di commettere errori in merito a ciò che sia meglio conservare o gettare potrebbero essere considerate analoghe alle ossessioni, mentre il non buttare via gli oggetti, così come qualche comportamento di acquisizione potrebbero essere assimilati alle compulsioni.

Tuttavia, molte ricerche hanno fornito prove a sostegno di importanti differenze tra accumulo compulsivo e disturbo ossessivo-compulsivo. Per esempio, i pensieri relativi all’accumulo nei pazienti con disturbo da accumulo (disposofobia)non sono percepiti come intrusivi o indesiderati; non sono ripetitivi, come invece tipicamente sono le ossessioni nei pazienti DOC.

L’accumulo compulsivo è un fenomeno passivo, in cui l’intenso disagio è provato solo nel momento in cui queste persone si trovano a fare i conti con la necessità di liberarsi di quello di cui sono in possesso.

L’esperienza di acquisizione delle cose, invece, è sentita come egosintonica, piacevole, o comunque tale da generare una sensazione di sicurezza.

Una delle caratteristiche peculiari dei soggetti con disposofobia è un forte attaccamento nei confronti delle cose che posseggono, talvolta attribuendo a esse un forte senso identitario.

Ecco che lo scenario di doversi sbarazzare di cose a cui sentono di essere molto legati affettivamente può essere esperito dalla persona come molto doloroso.

Talvolta questi soggetti arrivano a pensare che le cose inanimate abbiano dei veri e propri sentimenti.

Il paziente ossessivo-compulsivo, invece, anche nei casi in cui manifesti una sintomatologia di accumulo, non è in alcun modo interessato al valore intrinseco dell’oggetto.

Per esempio, un comportamento di accumulo potrebbe essere la conseguenza di pensieri superstiziosi del tipo “Se io butto via un oggetto, temo che possa accadere qualcosa di negativo a una persona cara”.

In questo caso, dunque, la difficoltà a liberarsi di quell’oggetto non è legata tanto all’attribuzione di un valore emotivo allo stesso, quanto piuttosto rappresenta una strategia protettiva in risposta a pensieri intrusivi di natura catastrofica.

Diverso invece è il significato attribuito dai pazienti con disturbo da accumulo alla medesima incapacità a buttare via.

Dal momento che gli oggetti sono parte integrante della loro identità personale, della loro memoria, lo sbarazzarsene equivale a una vera e propria esperienza di lutto.

Di qui le emozioni prevalenti di dolore e rabbia di chi soffre di disposofobia.

I PROBLEMI ALL’INTERNO DI UNA FAMIGLIA IN CASO DI PRESENZA DI UN COMPONENTE AFFETTO DAL DISTURBO DI ACCUMULO 

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La dinamica familiare di solito si basa su un circolo vizioso nel quale mogli, mariti, figli, fratelli cercano di riguadagnare aree vivibili, ordinando o eliminando parte della roba accumulata.

Ciò determina gravi tensioni rendendo talvolta gli accumulatori diffidenti verso gli stessi familiari e ancora più protettivi verso i propri oggetti (innescando talvolta ulteriori comportamenti di controllo come la verifica dei cestini della spazzatura per evitare che qualche familiare abbia gettato via qualcosa di “importante”).

Le relazioni sono ulteriormente messe a dura prova e caratterizzate da conflitto, frustrazione e risentimento nei casi in cui il disposofobico dimostri scarsa consapevolezza del suo disturbo, scarsa capacità di mettersi nei panni degli altri ed abbia capacità relazionali limitate.

Per i figli, soprattutto se in età scolare, è impossibile scegliere di allontanarsi definitivamente da casa, essi sono quindi costretti a vivere in una situazione di grave disordine e mancanza di igiene e a subirne gli impatti sulla propria vita sociale.

I bambini spesso sono troppo imbarazzati per ricevere gli amici a casa ed in alcuni casi gli è espressamente vietato dai genitori. Questa determina isolamento sociale, senso di inaiutabilità, vergogna e rabbia.

Mogli e mariti di chi accumula arrivano spesso a considerare il divorzio a volte anche in relazione alle difficoltà che vedono emergere nei figli.

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Quando il processo di separazione ha inizio è raramente consensuale e tutti gli aspetti del “segreto di famiglia” divengono pubblici generando ulteriore risentimento e vergogna nei figli.

Difficilmente l’esito è un affidamento condiviso, la persona che accumula non è in genere considerata in grado di accudire. 

Ciò determina le problematiche tipiche degli affidamenti non condivisi e non consensuali con gravi impatti sui minori.

Una volta adulti i figli hanno spesso relazioni molto difficili con i genitori che accumulano. La scelta di andare via di casa porta a volte alla rottura definitiva della relazione.

Quando il rapporto continua, il risentimento viene spesso espresso in riferimento alla condizione nella quale sono stati costretti a vivere.

Sposandosi ed avendo a loro volta dei figli non desiderano che il genitore che accumula veda i nipoti se non in poche occasioni.

L’imbarazzo e la possibile influenza sui nipoti oltre che il senso doloroso che ancora portano in sé rende spesso impossibile un rapporto sereno.

Il tema del possesso per i figli di disposofobici è in genere problematico: hanno solitamente comportamenti estremi accumulando a loro volta per similarità o eliminando ogni oggetto appena possibile per reazione.

Nei casi più gravi anche i rischi per la salute fisica possono essere rilevanti.

Il materiale accumulato impedisce la pulizia degli ambienti, è impossibile aspirare o spolverare; muffe, funghi e parassiti trovano un ambiente ideale per proliferare determinando nei familiari o nello stesso disposofobico allergie, asma e problemi dermatologici.

Inoltre il materiale accumulato può rappresentare un grave elemento di rischio in caso di incendio in termini di infiammabilità, sviluppo di fumi tossici, ostacolo alle vie di fuga, ed ostacolo alle vie di entrata per i vigili del fuoco.

E’ evidente come la convivenza col disturbo da parte della famiglia (anche a distanza) sia molto difficile e non stupisce che numerosi studi evidenzino un livello di allontanamento del familiare disposofobico molto alto, paragonabile a quello di disturbi mentali molto più gravi.

APPROCCIO TERAPEUTICO E SOLUZIONI

Va considerato che questi hanno spesso subito una forma di “Hoarding Passivo” a partire dalla prima infanzia, sono cioè cresciuti loro malgrado in un ambiente inadatto al normale svolgimento di una vita di sociale.

Si aggiunga che probabilmente numerosi sono già stati i tentativi, le proposte, gli sforzi per risolvere il problema già messi in campo negli anni e sistematicamente frustrati.

E’ comprensibile come le emozioni riportate dai familiari siano spesso di rabbia, risentimento, tristezza, imbarazzo e  frustrazione.

Una prima e basilare direttrice di intervento è quindi quella indiretta indirizzata cioè a fornire ai familiari (soprattutto se figli) vittime della situazione un supporto psicologico (approfondito a seconda delle necessità espresse) accompagnato da interventi psico-educativi sulla natura del disturbo e la sua componente genetica e neurobiologica, che in qualche modo possa ristrutturare l’immagine fortemente negativa dell’accumulatore che si è generalmente instaurata in seno alla famiglia (ad esempio come colui che ha sempre preferito i propri oggetti ai propri familiari).

Questo primo passo è necessario oltre che per alleviare la sofferenza personale del familiare, per lo stabilirsi di un terreno relazionale adatto sul quale si potrà poi costruire, se la persona lo permetterà, l’intervento diretto.

L’intervento diretto prevede vari ordini di difficoltà:

  1. Il paziente (soprattutto se maschio) rifiuta persino di prendere in considerazione l’idea di trattamento in quanto tale ipotesi gli fa intravedere la possibilità che le sue cose saranno spostate, toccate o peggio eliminate da qualcuno “non in grado di farlo”.Il paziente spesso ha un’istruzione, un livello intellettuale ed un funzionamento cognitivo in altre aree sopra la media che non gli consentono di rispecchiarsi nel ruolo di “colui che ha un problema”.Il clima emotivo è quello di vergogna/rabbia/isolamento che porta il paziente in alcuni casi a negare che esista una difficoltà.
  2. Dal momento che il sintomo agisce in uno spazio fisico (la casa del paziente) non è possibile limitare gli interventi alla pratica in studio. Ciò comporta la necessita sia in fase di valutazione del caso sia durante la terapia di recarsi a casa del paziente per:
  • ottenere una migliore comprensione della gravità e dello stile di accumulo
  • definire il piano di trattamento più adatto al caso particolare
  • abituare i pazienti all’accesso a casa propria da parte di visitator.

       3. Il funzionamento sociale e lavorativo è spesso compromesso e le risorse a disposizione sono a volte limitate.

       4.  L’intervento va spesso agito in équipe.

A fianco dello psicoterapeuta che ha in carico il caso, è talvota necessaria la figura di uno psichiatra e di un medico che curi gli aspetti di medicina generale.

In fasi mature della terapia può inoltre essere necessario un “aiuto organizzativo”.

A questo proposito in Italia, sul modello statunitense e nordeuropeo, si è recentemente affermata la figura dell’organizzatore professionale che se opportunamente formata può rappresentare una buona risorsa in questo senso (NB: l’organizzazione lenta e progressiva dei beni non può essere delegata a chi non abbia profonda comprensione del lavoro terapeutico parallelamente in atto). Per i casi di accumulo di animali (cani, gatti) sono necessarie ulteriori figure in grado di salvaguardare anche la salute degli animali custoditi e di valutare le condizioni igienico sanitarie generali.

      5.  Non tutti i terapeuti sono adatti al trattamento di questo disturbo per l’alto grado di frustrazione che comporta. Gli accumulatori manifestano spesso bassa motivazione, bassi livelli di aderenza alla terapia farmacologica (quando opportuna),  alto tasso di  abbandono, iniziale scarsa risposta al trattamento integrato.

In merito al comportamento di accumulo gli ambienti di vita vanno visitati insieme al paziente per valutare l’entità del fenomeno, l’eventuale pericolosità degli stessi, le idee personali relative all’accumulo, i problemi nelle capacità di categorizzazione e nelle capacità di decisione, pianificazione ed organizzazione, i comportamenti di evitamento messi in atto, il funzionamento generale giornaliero, il grado di consapevolezza sul problema, la motivazione al trattamento, il funzionamento sociale e lavorativo, la rete di relazioni disponibile, eventualmente lo stile di aderenza a terapie farmacologiche.

Gli interventi farmacologici in genere indirizzano una delle patologie co-occorrenti (es. depressione, ansia generalizzata) o il caso in cui il comportamento di accumulo sia un sintomo di Disturbo Ossessivo Compulsivo, non direttamente il disturbo di accumulo in sé per il quale, come sindrome complessa non esiste terapia farmacologica.

Gli interventi psicoterapeutici:

1. La tipologia di intervento più efficace in base alle sperimentazioni effettuate è una forma di Terapia cognitivo-comportamentale (CBT) adattata allo specifico problema dell’accumulo (Steketee & Frost 2010) che prevede visite a domicilio e un lavoro individuale tra una seduta e l’altra.

Obiettivi della terapia che si dispiega in parte a domicilio sono:

  • comprensione delle idee personali che governano l’accumulo
  • sviluppo di abilità organizzative (cosa tenere, come organizzarlo, cosa eliminare)
  • sviluppo di abilità decisionali
  • acquisizione di metodologie di rilassamento
  • sviluppo di abilità di controlllo degli impulsi (se presente acquisizione eccessiva)
  • attivazione di occasioni sociali
  • prevenzione delle ricadute

Queste modalità di trattamento di solito comportano l’applicazione della tecnica di esposizione e prevenzione della risposta applicata a situazioni che provocano ansia e la ristrutturazione cognitiva delle credenze relative all’accumulo. Gli accumulatori hanno spesso pensieri, convinzioni e valori disadattivi che contribuiscono al mantenimento del problema. Per fare un esempio possono pensare di dover pulire e organizzare la cucina “perfettamente”. Questo “progetto” implica una tale complessità teorica da renderlo praticamente irrealizzabile al punto da non poterlo neanche iniziare. Vi è una sopraffazione da parte della stessa idea di perfezione. Evitando il compito, evitano anche le emozioni spiacevoli, di ansia ed incapacità a fronteggiare l’enorme compito, l’accumulo continua generando una spirale negativa. Obiettivo iniziale della terapia è l’individuazione di questi schemi di pensiero alla base del mantenimento del disturbo.

2.  Alcuni tentativi sono stati anche fatti con approcci terapeutici mutuati dalla terapia delle dipendenze

  • Colloquio motivazionale: si è dimostrato utile in casi di accumulo in cui la consapevolezza è bassa e la spinta al cambiamento è ambivalente
  • Approccio di riduzione del danno: l’obiettivo è quello di ridurre le conseguenze dannose del comportamento, piuttosto che i comportamenti di accumulo
  • Terapia di gruppo: mira a ridurre l’isolamento sociale e l’ansia sociale (non disponibile in Italia)

Attualmente c’è un grande interesse mediatico sul Disturbo di Accumulo ma in realtà ne coglie gli aspetti più superficiali, ovvero il grande accumulo di “roba” che rende invivibili gli ambienti e l’attaccamento estremo a cose di nessun valore oggettivo. Tuttavia, questo quadro è ben lontano dal cogliere la profondità della sofferenza e delle difficoltà tipiche dei disposofobici. Contrariamente all’opinione comune gli accumulatori non sono semplicemente “pigri” o “eccentrici”, possiamo parlare invece di una costellazione di problemi complessi che va affrontata su molti fronti in una modalità di trattamento integrata. Il semplice intervento di “rimozione” operato da parenti, imprese di pulizie, ecc. non risolve mai il problema e comporta oltre a grande sofferenza soggettiva per l’accumulatore anche un forte rischio che si inneschino altri gravi disturbi (depressione, panico, ideazione suicidaria).

Il desiderio di cambiamento negli accumulatori, seppur celato sotto l’apparente negazione del problema, in realtà esiste ed è possibile. Anche se il percorso è complesso e va ritagliato caso per caso identificando possibili direzioni accettabili per la persona, riducendo la vergogna e giustificando l’aiuto. Ai familiari di una persona con condotte di accumulo il consiglio è di informarsi sulla natura del disturbo sulle sue cause e sui suoi trattamenti (attraverso la lettura di materiale scientifico divulgativo o partecipando ad incontri psico-educativi specifici per familiari di disposofobici) in modo da evitare gli errori tipici della dinamiche che si instaurano con le persone che vorrebbero aiutare.

Per informazioni        +39 0444 370519